Pagine

giovedì 8 novembre 2012

Colloquio N° 8

Carissimi,

in precedenza ho accennato al fatto che viviamo in una società occidentale di stampo nichilista. Desidero spiegarmi meglio, chiamando in aiuto don Ariel Stefano Levi di Gualdo con un estratto dalla sua ultima pregevole opera intitolata "E Satana si fece Trino":

"In quest'epoca del fallibilismo e tramonto degli assoluti, il concetto stesso di peccato, così com'era stato presagito, si riveste di relativismo. Ecco quindi che così si giunge al nichilismo che ha invaso il pensiero occidentale e che se fuso a quel senso di potenza che l'odierno progresso tecnico mette nell'uomo, si privilegia definire come debolismo, una sorta di teoria dell'indebolimento come carattere costitutivo dell'essere della fine.

Il relativismo è una dimensione socio-filosofica che può essere vissuta in due modi diversi: in una sorta di perenne indifferenza che inibisce ogni umano stupore o in modo cosiddetto fondamentalista, che è un modo violento e quindi affatto debole di stare nel relativismo, nel tentativo a tratti disperato di produrre stupore.

Dunque il relativismo - minaccia trasversale che vive in ogni epoca da sempre - racchiude in sé i germi dell'auto-distruzione sociale. Se in Protagora possiamo trovare in un certo senso il precursore della ontologia debole, il suo contemporaneo Gorgia di Leontini potrebbe essere definito un precursore del nichilismo. Tra i principali sostenitori del relativismo moderno spiccano Michel Eyquem de Montagne, Ralph Waldo Emerson, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Friedrich Schiller. Il concetto di Protagora ("Nulla c'è, ma se anche qualcosa c'è non è conoscibile dall'uomo; e se anche è conoscibile, rimane incomunicabile agli altri") - diversamente ma ugualmente assimilato prima da Karl Marx poi da Sigmund Freud - ha finito per produrre quella storia del Novecento che, ad oggi nel Terzo Millennio è lungi dall'essere risolta ed in cui l'umanità si trova ancora a fare i conti."

Per concludere, riporto una intuizione di Jaques Maritain:

"Non si crede più al diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini babilonese. A dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei nostri avi si appoggiava, è tutto un mito oramai, come il peccato originale per esempio: non è forse nostra grande preoccupazione oggi spazzar via il complesso di colpevolezza, come il Vangelo dell'Infanzia e la Resurrezione dei corpi e la Creazione. E come il Cristo storico, naturalmente. Il metodo fenomenologico e la scuola delle forme hanno cambiato tutto. La distinzione tra natura e grazia è un'invenzione scolastica, come la transustanziazione. L'Inferno, perché darsi da fare a negarlo? E' più semplice dimenticarlo, ed è probabilmente quanto si può far di meglio con l'Incarnazione e la Trinità. Ad essere sinceri, la massa dei nostri cristiani pensa forse mai a tali cose o all'anima immortale e alla vita futura? La Croce e la Redenzione, sublimazione estrema degli antichi miti e riti immolatori, sono da guardarsi come i grandi e commoventi simboli, per sempre impressi nella nostra immaginazione, dello sforzo e dei sacrifici collettivi necessari per portare la natura e l'umanità al grado d'unificazione e spiritualizzazione - e di potere sulla materia - in cui esse saranno infine liberate da tutte le antiche servitù, ed entreranno in una specie di gloria. La nostra fede, avendo così debitamente evacuato ogni oggetto specifico, può diventare finalmente ciò che realmente era, una semplice aspirazione sublimizzante. Tutta questa gente ha semplicemente finito di credere alla Verità e crede soltanto a verosimiglianze appuntate con uno spillo su alcune verità, che del resto invecchiano in fretta."

Unito con voi nella preghiera, vi invio un caro saluto.

Teòfilo